Lifestyle & Benessere
OLTRE LA GRANDE MURAGLIA DEL SEGRETO: ESCE IL NUOVO SAGGIO DI ANTONELLA COLONNA VILASI SULL’INTELLIGENCE CINESE
Redazione- Si arricchisce di un nuovo, fondamentale tassello la collana “Studi di intelligence”. È da poco in libreria l’ultimo saggio della professoressa Antonella Colonna Vilasi, intitolato “L’intelligence cinese. Storia, Organizzazione, Operazioni e Prospettive future”. Il volume rappresenta il sedicesimo titolo della prestigiosa collana editoriale, realizzata in stretta collaborazione con il Centro Studi Intelligence.
In un’epoca segnata da tensioni geopolitiche e dalla competizione globale tra grandi potenze, il lavoro di Colonna Vilasi si propone come una bussola per orientarsi nei meandri dei servizi segreti di Pechino. Il libro offre un viaggio analitico nel cuore degli apparati di sicurezza della Cina contemporanea, ripercorrendo la loro evoluzione dalla nascita della Repubblica Popolare fino alle dinamiche del presente.
Un’analisi multidimensionale
Il saggio non si limita a una cronistoria, ma entra nel dettaglio tecnico e strutturale del Ministero della Sicurezza di Stato (MSS). Attraverso un approccio che unisce rigore storico e analisi geopolitica, l’autrice esplora le complesse reti di spionaggio globale, ponendo particolare enfasi sulle moderne attività cyber e sulle strategie di controspionaggio.
Un punto centrale dell’opera è l’interazione costante tra la politica interna del Partito Comunista Cinese, il potere militare e l’intelligence. Colonna Vilasi traccia inoltre un profilo delle nuove sfide poste alla sicurezza economica, svelando come il settore dell’intelligence sia diventato uno strumento fondamentale per la proiezione del potere cinese sui mercati internazionali.
A chi si rivolge
L’opera è stata pensata per un pubblico specialistico: studiosi di storia contemporanea, esperti di sicurezza internazionale, analisti di intelligence e accademici delle relazioni internazionali. Tuttavia, la chiarezza espositiva la rende una lettura preziosa per chiunque voglia comprendere le logiche di un attore globale che, pur essendo protagonista della scena mondiale, agisce spesso dietro un fitto velo di riservatezza.
Con questo sedicesimo volume, la professoressa Colonna Vilasi conferma il suo impegno nella divulgazione scientifica sui temi della sicurezza, fornendo gli strumenti critici necessari per decifrare le strategie di una delle nazioni più influenti e, al contempo, meno trasparenti del pianeta.
Moda
CASTORINA: LO STORICO ATELIER FIORENTINO ALLA MILANO DESIGN WEEK CON UNA COLLEZIONE ISPIRATA A GHIBERTI, DONATELLO, TACCA
Realizzata insieme alla designer francese Constance Guisset
Marco Castorina e Constance Guisset
Marco Castorina ha realizzato “Chimera” con la designer francese Constance Guisset: l’opera consiste in tre sedute in legno caratterizzate da una complessa metamorfosi intagliata a mano che esplora transizioni inedite tra texture animali: dal pelo alle scaglie, fino alle piume.
Chimera
Nella successione di onde che solca la materia di “Chimera”, si avverte l’eco della criniera del Marzocco di Donatello. Non è la riproduzione del pelo animale, ma la sua codifica ritmica: una vibrazione plastica che trasforma il legno in un elemento quasi fiammeggiante, dove la luce scivola e si increspa come sulla pietra dei monumenti cittadini. In una diversa sezione dell’opera, il segno si fa più fitto e inciso, richiamando quella sapienza “verista” che a Firenze ha trovato il suo apice nelle setole del Porcellino di Pietro Tacca. Qui, la mano dell’intagliatore replica un sapere antico, dove la ripetizione del solco non è semplice decorazione, ma il tentativo di restituire la vita e la ruvidità della natura attraverso la materia inerte. Infine, la geometria perfetta delle scaglie e delle piume ci riporta all’armonia delle ali angeliche di Lorenzo Ghiberti.
Estratte dal repertorio dei fregi classici della bottega, queste texture rappresentano la lezione del Rinascimento più limpido: la capacità di trasformare l’organico in un modulo matematico, una sequenza di pieni e vuoti che dona equilibrio e grazia. Chimera si presenta così come un’entità ibrida, dove l’astrazione contemporanea della forma di Guisset agisce da cornice per un patrimonio collettivo e dove la bottega Castorina 1895 emerge come custode di un DNA artistico che, dal marmo delle piazze e dal bronzo dei battisteri, si è sedimentato nel tempo attraverso l’uso sapiente di scalpello e sgorbia, trovando oggi nuova voce nella calda, vibrante essenza del legno.
Doppia Firma
Organizzata dalla Fondazione Cologni Mestieri d’Arte con il patrocinio di Michelangelo Foundation, “Doppia Firma” propone un connubio tra designer internazionali e artigiani italiani. L’edizione 2026 si svolge presso la Casa degli Artisti di Milano ed è ispirata al tema del “Grand Tour in Italia”: il successo del format risiede nel porre progettista e maestro artigiano sullo stesso piano, in una dimensione autentica di scambio reciproco che vede entrambi “firmare” l’opera finale.
Doppia Firma 2026
Dal 21 al 26 aprile 2026 | Ore 10.00-20.00
Casa degli Artisti – Via Tommaso da Cazzaniga, Milano
Contatti Castorina 1895
www.castorina1895.com – info@castorina1895.com
Salute
ADOLESCENTI, GENERAZIONE CONNESSA E IPERFRAGILE: LA SFIDA DEL DIALOGO. COME LA PSICOANALISI LEGGE IL RAPPORTO TRA GIOVANI E TECNOLOGIA. INTERVISTA AD ADELIA LUCATTINI, ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA ITALIANA
Redazione- Adolescenti, cuori isolati, sempre più coinvolti nell’iperconessione con conseguente iperfragilità e rischio sempre maggiore della scomparsa dell’alterità. Così la sfida diventa sempre più per molti genitori, comprenderne e leggerne “l’invisibile”.Importanti e recenti studi scientifici (Journal of Social Science, 2025); dimostrano come il rapporto tra adolescenti e tecnologia non è una semplice questione di “tempo trascorso davanti a uno schermo”, ma una complessa mutazione del modo in cui i giovani percepiscono se stessi e l’altro.
La psicoanalisi contemporanea legge questo fenomeno non come una dipendenza da ‘sostanze’, ma come una sfida identitaria.
Per gli adolescenti di oggi, definiti spesso come la “Generazione Connessa”, l’ambiente digitale
è una vera e propria dimensione esistenziale. In questa iper-presenza virtuale, la psicoanalisi rintraccia dunque, un paradosso che fa riflettere: la scomparsa dell’alterità. Ne parliamo oggi con Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association.
“Siamo sempre più di fronte al Sé senza l’Altro” – spiega in questa intervista, Adelia Lucattini, che evidenzia come il crescere significhi, fisiologicamente, scontrarsi con ciò che è diverso da noi”.
“È attraverso l’urto con l’altro, con i suoi rifiuti, i suoi sguardi imprevedibili e la sua indipendenza – spiega Lucattini – che l’adolescente definisce i propri confini. Oggi, questo “urto” è mediato, filtrato e spesso annullato dagli algoritmi. Il digitale tende a trasformare l’altro in un oggetto a propria disposizione: un profilo da scorrere, un messaggio da visualizzare senza rispondere, un’immagine da commentare. In questo spazio, l’altro perde la sua ‘consistenza’ reale. L’iperfragilità, l’isolamento di cui parliamo, non è necessariamente fisico – molti adolescenti sono circondati da centinaia di “amici” online – ma è un isolamento affettivo. Senza il confronto con l’alterità reale, l’adolescente rimane intrappolato in una bolla di identità iper-fragile”. Vediamo allora, insieme alla Dott.ssa Adelia Lucattini, quali preziosi consigli è importante seguire per orientare e guidare i ragazzi a scelte più consapevoli.
Dott.ssa Lucattini, se un adolescente risponde poco e a monosillabi, quali strategie o domande “aperte” possono riaprire un canale di dialogo autentico?
L’adolescenza è una fase cruciale di separazione e individuazione, in cui i giovani hanno bisogno di prendere distanza dai genitori per costruire la propria identità, senza però perdere il riferimento degli adulti. La giusta distanza educativa non è una misura fissa, ma un equilibrio dinamico tra presenza e autonomia: da un lato è fondamentale esserci, essere disponibili e rappresentare un punto di riferimento affettivo stabile, dall’altro è altrettanto importante non invadere ogni spazio, non controllare tutto e lasciare al ragazzo la possibilità di sperimentarsi. Si può pensare a questa posizione come a una “base sicura”: il genitore non segue ogni passo, ma è affidabile, riconoscibile e presente quando serve. Questo implica anche una capacità non sempre facile da sostenere, cioè tollerare di non sapere tutto, di non essere sempre al centro della vita del figlio e di essere talvolta messi da parte. È proprio questa tolleranza che consente all’adolescente di sviluppare una propria interiorità e un senso di sé più autentico, senza vivere l’autonomia come una rottura o un abbandono. Le domande devono essere delicate e non insistenti, affettuose e con tono pacato (Universiteit Leiden, 2018).
Qual è, a Suo avviso, la distanza educativa corretta da mantenere? Come restare presenti senza essere invadenti?
La “giusta distanza” educativa non può essere definita in modo rigido o una volta per tutte, ma rappresenta piuttosto un equilibrio dinamico tra due poli fondamentali: da un lato la presenza affettiva, cioè la capacità del genitore di esserci, di essere disponibile e riconoscibile, dall’altro il rispetto dell’autonomia, che implica il non controllare ogni aspetto della vita del ragazzo e il non invadere i suoi spazi. In questa prospettiva, la relazione può essere pensata come uno spazio transizionale, in cui l’adolescente può muoversi tra dipendenza e indipendenza, sperimentando se stesso senza sentirsi né abbandonato né controllato. Il genitore non segue ogni passo, ma resta un riferimento affidabile che rende possibile questa oscillazione. Dal punto di vista psicoanalitico, ciò richiede una competenza emotiva complessa, cioè la capacità di tollerare di non sapere tutto, di non essere sempre al centro della vita del figlio e di essere talvolta messo da parte senza viverlo come un fallimento. È proprio questa tolleranza che consente all’adolescente di sviluppare una propria interiorità e un senso di sé più autentico, mantenendo al tempo stesso il legame senza percepirlo come intrusivo o, al contrario, assente (International Journal about Parents in Education, 2024).
Dott.ssa Lucattini, riguardo all’abuso della tecnologia digitale, molti genitori reagiscono a questo nuovo disagio con il sequestro del cellulare o restrizioni. Perché questo approccio spesso fallisce, quali misure preventive per il loro benessere psicologico potrebbero essere invece, efficaci?
Il sequestro dello smartphone o l’imposizione di restrizioni eccessivamente rigide spesso si rivelano inefficaci perché intervengono solo sul comportamento, senza coglierne il significato profondo per i figli. Lo smartphone, infatti, non è soltanto uno strumento, ma rappresenta uno spazio relazionale e identitario, talvolta anche un rifugio emotivo; per questo motivo, una sua sottrazione brusca può essere vissuta come una rottura del legame o come una punizione difficile da comprendere. Interventi di questo tipo rischiano di alimentare opposizione e conflitto, generare vissuti di incomprensione e favorire un uso ancora nascosto, clandestino o compulsivo. Risultano invece più efficaci, approcci sia educativi, che preventivi fondati sul dialogo e sulla condivisione ovvero sulla costruzione di regole insieme. Importante anche avere un interesse autentico per ciò che un figlio adolescente vede o fa online, perché il limite può essere interiorizzato solo quando è pensato, spiegato e inserito all’interno di una relazione affettiva significativa, e non quando viene imposto dall’esterno senza nessuna spiegazione, con arroganza o violenza (Journal of Happiness Studies, 2025).
Qual è, secondo Lei, il confine tra l’uso fisiologico dei device e un disagio profondo che trova sfogo nelle dipendenze tecnologiche?
È una questione non solo di tempo trascorso davanti allo schermo, ma anche della qualità dell’esperienza che l’adolescente vive, se lo usa per studiare e informarsi o solo a scopo ludico. L’uso diventa problematico quando non rappresenta più uno strumento tra gli altri, ma assume una funzione centrale nella regolazione emotiva. Possiamo parlare di un possibile disagio quando lo smartphone diventa l’unico modo per stare bene o per evitare emozioni difficili, come la noia, la tristezza o l’ansia, oppure quando tende progressivamente a sostituire le relazioni reali, impoverendo il contatto diretto con gli altri. Segnali importanti sono anche l’irritabilità, l’ansia o un senso di vuoto quando l’uso viene interrotto, così come le interferenze significative con il sonno, la scuola e la vita quotidiana. In questi casi, dal punto di vista psicoanalitico, lo smartphone può assumere la funzione di un vero e proprio oggetto esterno interiorizzato come “regolatore” delle emozioni, utilizzato non tanto per comunicare o condividere, ma per non sentire, per anestetizzare emozioni difficili o non sostenibili, come nel dolore e nella depressione, oppure per colmare un senso di vuoto e di solitudine. Il rischio è che venga meno la possibilità di sviluppare strumenti interiori di elaborazione emotiva, perché l’autoregolazione viene delegata a un oggetto tecnologico investito affettivamente, rendendo più fragile la capacità dell’adolescente di stare in contatto con sé stesso, con gli altri ragazzi e con i genitori in modo autentico (Universität Innsbruck, 2025).
Non si tratta solo di quante ore gli adolescenti passano online, ma di comprendere anche cosa fanno. Come si costruisce un “patto digitale” in famiglia?
Un “patto digitale” non è semplicemente un insieme di regole imposte dall’alto, ma rappresenta un vero e proprio accordo condiviso, costruito all’interno della relazione familiare. Significa passare da una logica di controllo a una logica di responsabilizzazione, in cui l’adolescente viene coinvolto attivamente nella definizione dei limiti e ne comprende il senso. In concreto, implica stabilire insieme tempi e spazi di utilizzo, ad esempio evitando l’uso dello smartphone durante i pasti o nelle ore notturne, ma soprattutto significa creare occasioni di dialogo aperto sui rischi e sulle opportunità del mondo digitale, senza allarmismi ma con realismo e ascolto reciproco. Un elemento fondamentale è la coerenza degli adulti: i genitori sono modelli, e il loro modo di utilizzare la tecnologia comunica molto più delle regole esplicite, per cui è importante che anche loro rispettino alcuni limiti, mostrando che il digitale può essere gestito in modo equilibrato. Il patto digitale si applica nella quotidianità attraverso una negoziazione continua, che tiene conto dell’età, del grado di maturità e dei bisogni del ragazzo, e che può essere rivista nel tempo, adattandosi ai cambiamenti. Centrale è il mantenimento di uno spazio di fiducia, in cui il controllo non sostituisce la relazione ma, semmai, la sostiene: strumenti come il parental control possono avere una funzione protettiva, soprattutto nelle fasi più precoci, ma non possono diventare l’unico strumento educativo, perché rischiano di trasformarsi in forme di sorveglianza che minano la fiducia e incentivano comportamenti nascosti. In questa prospettiva, il patto digitale diventa anche un’occasione educativa più ampia, che aiuta l’adolescente a sviluppare senso critico, capacità di autoregolazione e responsabilità, accompagnandolo gradualmente verso un uso più consapevole e autonomo della tecnologia (Cyberpsychology, 2026).
Quali consigli si sente di dare ai genitori?
-Stabilire regole chiare: i limiti sull’uso dei dispositivi elettronici (tempi, luoghi, modalità) devono essere condivisi e spiegati, non imposti, perché solo ciò che viene compreso può essere interiorizzato e rispettato nel tempo;
-Definire confini concreti nella quotidianità: è utile creare routine stabili, come l’assenza di smartphone durante i pasti, prima di dormire o in alcuni momenti familiari, per preservare spazi di relazione reale e di decompressione mentale;
-Accompagnare, non solo controllare: interessarsi a ciò che i figli fanno online, chiedere, conoscere le piattaforme, parlare dei contenuti, è molto più efficace del semplice monitoraggio, perché trasforma il digitale in uno spazio condivisibile e pensabile;
-Educare alla regolazione emotiva: aiutare l’adolescente a riconoscere quando usa lo smartphone per noia, ansia o solitudine, favorendo alternative e sviluppando consapevolezza, così che il digitale non diventi l’unico strumento per gestire le emozioni;
-Dare l’esempio: il comportamento digitale dei genitori è determinante; un uso equilibrato e rispettoso dei tempi relazionali trasmette modelli molto più efficaci di qualsiasi regola dichiarata;
-Costruire fiducia prima del controllo: strumenti come il parental control, appunto, possono essere utili in alcune fasi, ma devono essere inseriti in un contesto di trasparenza e spiegazione, altrimenti rischiano di minare la fiducia e incentivare comportamenti nascosti;
– Adattare le regole nel tempo: l’educazione digitale non è statica; deve evolvere con l’età, la maturità e le competenze del ragazzo, passando progressivamente da una regolazione esterna a una sempre maggiore autonomia e responsabilità.
Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

Lifestyle
VINITALY: USO DEL RAME IN VITICOLTURA, BIO CANTINA SOCIALE ORSOGNA SVELA STUDIO SU INNOCUITÀ IN TERRENI RICCHI DI SOSTANZA ORGANICA GRAZIE A PRATICHE BIOLOGICHE E BIODINAMICHE
CONVEGNO ALLA FIERA DI VERONA CON FOCUS SULLE POTENZIALI IMPLICAZIONI DEL TERMINE DELLA DEROGA CONCESSA DALLA UE FINO A GIUGNO 2029: PRESENTATA RICERCA CONDOTTA PER QUATTRO ANNI DALLE UNIVERSITÀ DI PERUGIA, TERAMO E NAPOLI. SOTTOSEGRETARIO AL MASAF D’ERAMO, “PRONTI AD APRIRE TAVOLO TECNICO SCIENTIFICO”
Redazione – L’utilizzo del rame in viticoltura biologica e biodinamica non comporta accumuli dannosi di residui nei terreni e non compromette la vitalità microbiologica. Occorre dunque aprire una riflessione, basata su evidenze scientifiche, in merito al divieto dell’Unione europea che dovrebbe scattare dopo la proroga concessa fino al giugno del 2029, tenuto conto che ad oggi non ci sono alternative valide per contrastare patologie e parassiti delle piante.
Alla presenza del sottosegretario di Stato al Masaf, con delega al Biologico, Luigi D’Eramo, questi i concetti rilanciati al Vinitaly di Verona, nel convegno “Rame in Viticoltura: strategie rigenerative, ricerche scientifiche e il futuro della difesa biologica e biodinamica”, organizzato, in partnership con Coldiretti nazionale dalla Bio Cantina Sociale Orsogna, realtà abruzzese leader in Italia nella viticoltura biologica e biodinamica, con circa 300 soci operativi su 1.500 ettari di vigneto, da anni impegnata nella tutela della biodiversità e nella riscoperta di antichi vitigni.
L’occasione per presentare l’esito di uno studio condotto dal 2022 al 2024 in partnership con le Università di Perugia, Teramo e Napoli, sui terreni della stessa Bio Cantina Sociale Orsogna.
Nell’introdurre i lavori, moderati dal giornalista del Sole 24/Agrisole Giorgio Dell’Orefice, ha subito evidenziato il sottosegretario D’Eramo: “Il biologico è oramai un settore assolutamente centrale della nostra agricoltura, l’Italia in tal senso è protagonista in Europa, con numeri davvero importanti: i consumi interni hanno registrato un aumento del 6%, arrivando a circa 5 miliardi di euro, le esportazioni hanno avuto un incremento del 7%, per un totale di circa 3,9 miliardi di euro. L’Europa prevede di raggiungere entro il 2030 l’obiettivo del 25% delle superfici coltivate biologicamente sull’intero territorio nazionale, e oggi l’Italia si attesta già intorno alla media del 20,2%. Bastino questi numeri per dire che ogni scelta che incide su questo settore, ivi compreso l’utilizzo del rame, va ben meditato e il Ministero è pienamente disponibile a convocare un tavolo dove di questo si possa discutere da un punto di vista tecnico-scientifico”.
Sulla stessa lunghezza d’onda il vicepresidente della Regione Abruzzo, Emanuele Imprudente, che ha delega all’Agricoltura: “In vista del 2029 è importante favorire studi come questo che dimostrino come, nella realtà, il rame sia sostenibile, anche perché non ci sono vere alternative, e ci troviamo per di più in un contesto generale in cui il cambiamento climatico sta favorendo l’insorgere di nuove patologie e sempre più aggressive. Serve buon senso ed equilibrio, le norme europee devono essere scritte aderendo al mondo reale”.
L’impatto del rame utilizzato entro i limiti di legge di 4 kg annui per ettaro è stato studiato in terreni della Bio Cantina Sociale Orsogna, dove la fertilità e vitalità del suolo viene mantenuta attraverso letamazioni, pascolamento di greggi, sovescio, compost di letame, residui della vinificazione, senza l’uso di pesticidi, per preservare un agrosistema ricco di forme di vita vegetali, animali e microbiche.
Ha dunque evidenziato Camillo Zulli, direttore e enologo della Bio Cantina Sociale Orsogna: “Per la riduzione dell’utilizzo del rame tanto si è fatto. Nel tempo è stato ridotto di circa l’85% passando dai 25 kg di rame per ettaro annui degli anni ’60 e ’70, agli attuali 3 kg, limite per l’agricoltura biodinamica. Obiettivo di questo incontro è stato quello di presentare i risultati della ricerca condotta in collaborazione con prestigiosi atenei, con l’obiettivo di sostituire i pregiudizi con dati scientifici verificati sull’impiego del rame in viticoltura biologica e biodinamica. Il risultato dello studio quadriennale è che nei vigneti coltivati secondo i principi del biologico e del biodinamico, le analisi hanno dimostrato che non si è registrato alcun incremento nell’accumulo di rame nel suolo, smentendo uno dei timori più diffusi tra i tecnici del settore. Il segreto è dunque quello di preservare la sostanza organica del suolo”.
A confermarlo il professor Alessandro Piccolo, già ordinario di Chimica agraria dell’Università di Napoli Federico II, e presidente della Società italiana di scienze biodinamiche.
“Il rame è un elemento fitotossico e anche antifungino, utilizzato in particolare per controllare la peronospora. Il punto è che i terreni, quando sono arricchiti di sostanza organica, sono in grado di ‘rapire’ il rame e quindi renderlo per così dire meno ‘trasportabile’, ‘mobile’ nell’ambiente e quindi non pericoloso per catena alimentare – ha spiegato il docente -. Questo accade in particolare nei terreni coltivati con metodo biodinamico, dove il contributo di sostanza organica viene fornito con compost che ha maturato 6-12 mesi fuori dal terreno e che consente un duraturo aumento della fertilità chimica, fisica e biologica, a differenza del letame fresco, che in una stagione vegetativa scompare”.
Sulla non pericolosità del rame non ha dubbi nemmeno il professor Alberto Palliotti, dell’Università di Perugia.
“Non ho mai riscontrato sintomi di ecotossicità, nei vigneti di tutto il mondo che abbiamo studiato, causati dall’utilizzo del rame, entro i limiti attuali, di gran lunga inferiori rispetto al passato. Le concentrazioni che troviamo nei vigneti, anche datati, quindi sottoposti ad anni di trattamento con rame, sempre a dosi di legge, non creano alcun tipo di problema. Nei terreni della Bio Cantina Sociale Orsogna non si sono registrate differenze significative, in termini di pH e sostanza organica presente. E dunque occorre rifletterci bene sull’intenzione di bandire il rame dopo il 2029, anche perché non abbiamo alternative valide; quindi, sarebbe come andare in guerra senza armi, si rischia di causare gravi danni alla viticoltura europea”, ha assicurato Palliotti.
Per Rosanna Tofalo, docente dell’Università di Teramo, ”la sostituzione del rame è non è la soluzione. È necessario adottare un approccio diverso. I nostri studi hanno confermato che i microrganismi associati al suolo possono mettere in atto una serie di meccanismi per ‘detossificare’ il rame aggiunto, e stabilire una resilienza che è alla base di una viticoltura rigenerativa”.
Ha concluso Maria Letizia Gardoni, delegata nazionale di Coldiretti Giovani Impresa: “l’iniziativa condotta da Bio Cantina Sociale Orsogna e dalle tre università, in una virtuosa partnership pubblico-privato è preziosa: il rame, il cui utilizzo si è comunque ridotto drasticamente negli anni, non rappresenta una minaccia, ed anzi è un elemento fondamentale per la gestione non solo delle fitopatie ma anche come nutriente per le comuni tecniche agricole, non solo non causa danni ambientali, ma può migliorare la salute e il benessere delle piante. La Commissione Europea non può dunque immaginare un futuro in agricoltura senza l’uso del rame, in assenza di alternative parimenti efficaci”.
IL LINK AL VIDEO INTEGRALE DEL CONVEGNO
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