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IL REFERENDUM SULLA CI AL VOTO IN CALIFORNIA: TRA FIDUCIA ELETTORALE E RISCHIO ESCLUSIONE

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Redazione-  “Le elezioni in California sono già sicure. Questa iniziativa non riguarda davvero l’integrità elettorale”. Così Jenny Farrell, direttrice esecutiva della League of Women Voters of California, gruppo storico non partisan che promuove la partecipazione al voto, ha descritto la proposta di referendum che sarebbe sottoposta agli elettori della California a novembre. Si tratta di un’iniziativa che imporrebbe ai californiani di mostrare un documento di identità ogni volta che votano, e ai funzionari elettorali di verificare che gli elettori registrati siano cittadini statunitensi. I promotori affermano di aver raccolto oltre 1,3 milioni di firme a sostegno del provvedimento—ben più di quanto richiesto dalla legge californiana.

La spinta per introdurre l’obbligo di un documento d’identità per votare arriva in un momento di crescente sfiducia nell’integrità del processo elettorale e viene promossa dai repubblicani. La diffidenza è parte integrale della campagna di complotti guidata da Donald Trump. Le affermazioni infondate del presidente attuale richiamano la “big lie”, la grande menzogna, che l’elezione del 2020 gli sia stata rubata tramite la frode. Trump ha ripetuto alla nausea che folle di immigrati irregolari influenzerebbero le elezioni con voti illegali. Tuttavia, tribunali di tutto il Paese—statali e federali, inclusi giudici nominati dallo stesso Trump—hanno respinto tali accuse per mancanza di prove. Ciononostante, i dubbi seminati durante e dopo il 2020 continuano a riverberarsi nei parlamenti statali e nelle iniziative referendarie, inclusa ora la California, dove i repubblicani sono in minoranza. L’unica strada per i repubblicani nel Golden State è quella dei referendum che hanno intrapreso.

I sostenitori delle leggi sull’obbligo di identificazione degli elettori sostengono che controlli più stringenti prevenirebbero le frodi elettorali. Con i requisiti di prova della cittadinanza, ci dicono, si garantisce che solo gli americani possano votare. Osservano che è necessario mostrare un documento per salire su un aereo, entrare in certi edifici o persino ritirare un pacco. Queste attività non sono affatto analoghe all’esercizio del voto, un diritto e dovere di tutti i cittadini. Per i favorevoli al referendum, la questione riguarda meno i casi documentati di frode in California e più il ripristino della fiducia nelle elezioni.

I democratici la vedono diversamente. Si oppongono alla misura anche per timori simili a quelli sollevati rispetto al proposto SAVE Act a livello federale. Questo disegno di legge approvato alla Camera richiede la prova di cittadinanza e include la carta di identità con foto al momento di registrarsi per votare. Le affermazioni dei repubblicani sulla modalità del voto sembrano ragionevoli ma in realtà si riferiscono a requisiti che già esistono. Ce lo dimostrano le procedure per votare in California che sono simili a quelle di molti altri Stati.

In base alla legge vigente, agli elettori non è richiesto di mostrare o fornire un documento di identità quando votano di persona o per posta. Devono però fornire un documento al momento della registrazione e dichiarare sotto pena di spergiuro—un reato grave—di avere i requisiti e di essere cittadini statunitensi. Per registrarsi, i californiani riempiono un modulo in cui forniscono il numero della patente di guida o della carta d’identità statale e le ultime quattro cifre del numero di previdenza sociale, insieme ad altre informazioni identificative come la loro residenza. Lo Stato verifica tali dati attraverso banche dati pertinenti, incluso i registri del DMV, Department of Motor Vehicles (Uffici della Motorizzazione) e della Social Security Administration. In quanto al voto per corrispondenza—oggi ampiamente utilizzato in California—i funzionari elettorali verificano la firma dell’elettore confrontandola con quella presente nei registri ufficiali di registrazione. Le schede con firme non corrispondenti attivano una procedura di “cura”, che consente agli elettori di confermare la propria identità prima che il voto venga conteggiato. In sintesi, esistono già molteplici livelli di verifica. I casi di impersonificazione dell’elettore di persona—il tipo di frode che le leggi sull’obbligo di identificazione mirano a prevenire—sono stati estremamente rari in California e altrove. Tutti gli studi ci dicono che le elezioni americane sono sicure. Persino la Heritage Foundation, un think tank con tendenze conservatrici, ci informa che i casi di frode elettorale dal 1979 ammontano a 33 all’anno. In alcuni casi si tratta di sviste. Da ricordare che le pene per votare illegalmente sono severe. Multe salate e da 4 a 8 anni di carcere. C’è poi la tendenza a sottovalutare il voto. Non pochi americani, grazie in grande misura alla campagna contro i politici dei repubblicani stessi, non si presentano a votare perché credono che dopotutto nulla cambierà. In sintesi, non ci sono incentivi per tentare di votare illegalmente.

La California è uno Stato a forte maggioranza democratica e, anche se il referendum venisse approvato, difficilmente ne cambierebbe l’orientamento politico generale. Ma le elezioni non riguardano solo i risultati; riguardano la partecipazione. Se anche una piccola percentuale di elettori aventi diritto venisse scoraggiata dai nuovi requisiti—confusa sulla documentazione, incapace di reperirla o dissuasa dai passaggi aggiuntivi—non sarebbe un fatto trascurabile in una democrazia.

In sostanza, il dibattito riflette due visioni contrapposte. I repubblicani sostengono che le regole più rigide rafforzino l’integrità, anche a costo di qualche inconveniente. I democratici ribattono che il rischio maggiore sia l’esclusione—che la democrazia funzioni al meglio quando la partecipazione è massimizzata, non limitata. Se approvata, la misura probabilmente non trasformerebbe la mappa elettorale della California. Renderebbe però il voto più complicato per molti residenti poveri e marginalizzati che hanno difficoltà ad ottenere i documenti necessari. Il Brennan Center, un think tank con tendenze a sinistra, ci informa che il 9 % degli americani non dispone di documentiche dimostrino la loro cittadinanza. Per i critici, questo la rende meno una riforma della sicurezza elettorale. In realtà la rende meno una riforma della sicurezza elettorale e più di un ostacolo al voto e, difatti, un’ulteriore forma di soppressione del voto per i gruppi minoritari.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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Politica

SALUTE MENTALE E POLITICA: CRESCE IL DIBATTITO SUL 25° EMENDAMENTO PER TRUMP

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Redazione-  “Si tratta di assoluta follia. Come può una persona stabile mentalmente minacciare di cancellare un’intera civilizzazione… e ciò conferma l’esistenza di una seria instabilità mentale”. Queste le parole accusatorie di Marjorie Taylor Green, ex deputata repubblicana della Georgia, e fino a pochi mesi fa fedelissima e grande sostenitrice di Donald Trump. La Greene ha continuato che data la condizione mentale del presidente Usa bisogna fare ricorso al 25esimo emendamento.

Secondo la Costituzione, se il presidente non è capace di svolgere i suoi compiti bisogna rimuoverlo. Il 25esimo emendamento stabilisce che il presidente può essere rimosso se considerato incapace dal vicepresidente e dalla maggioranza del suo Cabinet. Durante il primo mandato di Trump il suo vice si rifiutò di invocare il 25esimo emendamento per le azioni del suo capo nell’insurrezione del 6 gennaio 2021. Pence in effetti ha seguito l’esempio di altri tre vicepresidenti che si rifiutarono di rimuovere il loro capo. Dopo essere stato colpito da un’arma da fuoco nel 1881 l’allora presidente James Garfield visse parecchi mesi a letto soffrendo in delirio, morendo pochi mesi dopo. Nel 1901 anche il presidente William McKinley rimase a letto per otto giorni dopo avere subito anche lui un tentativo di omicidio. Nel 1919 il presidente Woodrow Wilson subì un ictus debilitante che lo rese incapace mentalmente. In nessuno di questi casi ci furono azioni del vicepresidente per forzare la situazione e prendere il comando. Nemmeno nella situazione attuale il vicepresidente J.D. Vance agirebbe per invocare il 25esimo emendamento nonostante il fatto che le voci continuano ad alzarsi per preoccuparsi dell’incapacità mentale di Trump.

Al di là della Greene, il parlamentare democratico Jamie Raskin dello Stato del Maryland, ha introdotto un disegno di legge che aprirebbe le porte al 25esimo emendamento e la rimozione del presidente. Raskin e altri 50 parlamentari hanno proposto la formazione di una commissione di 17 membri per indagare se Trump è adeguato a svolgere i suoi compiti di presidente. In caso negativo la commissione passerebbe la palla al vice presidente J. D. Vance di determinare se la maggioranza del Cabinet è d’accordo. I legislatori repubblicani non sembrano interessati ma altri luminari con legami a Trump e al Partito Repubblicano hanno espresso il loro scetticismo sulle capacità mentali del presidente. Ty Cobb, ex legale di Trump alla Casa Bianca, aveva confermato al giornalista Jim Acosta che il presidente era “certamente malato di mente”. Stephanie Grisham, ex portavoce della Casa Bianca, ha detto recentemente che il presidente “ovviamente non sta bene”. Altri individui di spicco nella stratosfera di destra come Tucker Carlson, Alex Jones, Candace Owens hanno espresso le loro riserve. Jones ha anche invocato il 25esimo emendamento.

Trump spesso ci ricorda di avere superato brillantemente test psicologici che servono come screening di base per determinare decadimenti cognitivi lievi come memoria, attenzione, linguaggio e orientamento. I buoni risultati pubblicati da Trump suggeriscono che non ci siano segnali evidenti di deficit cognitivi. Non dimostrano eccellenza mentale né superiorità cognitiva come Trump spesso sostiene. Determinare però la sua salute mentale richiederebbe accertamenti precisi da esperti in psichiatria. Alcuni professionisti hanno azzardato giudizi preliminari sottolineando il suo narcisismo marcato, la sua impulsività, la bassa tolleranza di critiche e una tendenza alla distorsione della realtà. Il suo messaggio che cancellerebbe un’intera nazione dalla faccia della terra ha ovviamente causato preoccupazioni perché il presidente Usa ha notevoli poteri che in politica estera non sono stati giudicati legalmente. In politica interna i magistrati hanno imposto alcuni guardrail ma in grande misura lui è andato oltre le righe governando quasi come un leader autoritario.

I suoi poteri però non sono infiniti e la sua condizione di salute ha iniziato a interessare i media come era avvenuto con l’ex presidente Joe Biden che negli ultimi mesi diede chiari segnali di avere rallentato mentalmente e fisicamente. Alla fine, dopo considerevoli ripensamenti, Biden decise di abbandonare la corsa alla presidenza. Trump però non ha nessuna intenzione di lasciare, incapace di ammettere alcuna sconfitta. Da non dimenticare che continua e ripetere che vinse l’elezione presidenziale del 2020 e continua a cercare prove per dimostrarlo. Sarebbe questo un sintomo di malattia mentale perché conferma la sua incapacità di accettare la realtà?

La probabilità di rimuovere Trump dalla sua carica mediante il 25esimo emendamento è remota ma il fatto che la richiesta non sia stata sollevata solo da democratici ci evidenzia la seria preoccupazione. Ci vorrebbero parlamentari repubblicani che votassero in maniera bipartisan com’è successo nel caso del voto per il rilascio dei file di Epstein. Sul 25esimo emendamento ciò appare improbabile. Va ricordato che Trump nel suo primo mandato subì due impeachment ma poi il Senato non riuscì a ottenere i 60 voti necessari per condannarlo. Un altro impeachment appare avere più chance del 25esimo emendamento dopo le elezioni di midterm che tutti gli analisti vedono sempre più come una vittoria democratica.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Politica

IL RUGGITO DEL LEONE: IL PAPA ROMPE IL SILENZIO E TRAVOLGE IL TYCOON

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Redazione-  Per quanto tempo il mondo ha atteso? Cattolici, cristiani, fedeli di ogni credo e anime laiche si ponevano la stessa, angosciante domanda, osservando un Papa Leone rimasto troppo a lungo in ombra. Lo vedevano silente, quasi distaccato, arroccato in una neutralità che somigliava alla lontananza, mentre i venti di guerra infiammavano i nostri confini.

Ma ogni silenzio ha un limite.

È servita la follia cieca di un Tycoon, il delirio di chi minacciava di “riportare l’Iran all’età della pietra”, per risvegliare il gigante. In quell’istante, Papa Leone è sceso in strada. Si è spogliato della sua Veste Bianca distaccata, per mostrare la criniera maestosa di un predatore della pace. Non più solo un pontefice, ma un giovane leone pronto all’assalto.

È bastata una sola frase, tagliente come una spada: “Non è accettabile”.

Tre parole che hanno fatto tremare il suolo sotto i piedi dell’uomo più potente del pianeta. Il Presidente degli Stati Uniti ha incassato il colpo nel silenzio, per poi reagire con la scomposta debolezza di chi sa di aver perso il comando. Lo abbiamo visto tutti: insulti sterili, attacchi confusi, il rantolo di un potere che si sgretola di fronte alla verità.

Il risultato? Il Leone ha divorato la “bionda criniera” dell’avversario. È bastato sussurrare al mondo un fermo “Non mi fai paura” per spogliare il re del mondo di ogni sua autorità, lasciandolo nudo e tremante davanti alla storia.

Il Leone ha finalmente ruggito. È tornato a rivendicare il trono che la natura e lo spirito santo gli hanno assegnato.

Il RE DELLA FORESTA

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Politica

UE, ALBERTO BAGNAI (RESP. ECONOMIA LEGA): “SE ASPETTA RECESSIONE PER SOSPENDERE PATTO STABILITA’, UE CONFESSA PROPRIO FALLIMENTO”

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Redazione-  “Nel momento in cui dichiara che le occorre l’evidenza di una grave recessione per consentire agli Stati di intervenire, l’Unione Europea confessa, senza neanche rendersene conto, il proprio fallimento. È veramente difficile capire il senso  di regole economiche come quelle del Patto di stabilità che dichiaratamente impediscono la prevenzione di gravi crisi. L’Europa che tanto parla di competitività vuole raggiungerla impedendoci di tutelare le nostre aziende in pieno shock di offerta? È facile prevedere che questo approccio non funzionerà”,

si legge in una nota del Responsabile Economia della Lega, On. Alberto Bagnai.

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