Salute
GRAZIE ALLA RADIOMICA E ALLA DIAGNOSTICA AVANZATA È INDISPENSABILE CHE IN ITALIA VENGANO REALIZZATE VERE E PROPRIE ‘RETI DI GENOMICA’
Redazione- Nonostante siano numerosissime le indicazioni nazionali ed internazionali su quanto sia importante implementare la genetica e nello specifico della genomica clinica nonché l’integrazione della radiomica e delle tecnologie diagnostiche avanzate, nei sistemi sanitari, così da poterne godere i benefici in salute pubblica e individuale, l’Italia è ancora indietro rispetto ad altre realtà internazionali. Per confrontarsi e trovare soluzioni concrete sulla possibilità di creare Reti di Genomica regionali e nazionali, su iniziativa dell’intergruppo parlamentare Genetica & Genomica, Motore Sanità ha organizzato il convegno ‘STATI GENERALI DELLA GENETICA E GENOMICA: DELLA RADIOMICA E RUOLO DELLA DIAGNOSTICA IN PREVENZIONE’, articolato in un evento Nazionale, un evento Nord Italia e Sud Italia, realizzato grazie al contributo incondizionato di BRACCO, CDI – Centro Diagnostico Italiano e Bayer, e che ha visto la partecipazione dei massimi nel panorama sanitario nazionale.
Queste le parole della senatrice Elena Murelli, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare di Genomica & Genetica. “Genetica e genomica rappresentano una straordinaria opportunità per migliorare la qualità della vita dei cittadini e rendere il nostro Servizio sanitario più efficiente e sostenibile. Tuttavia, è necessario colmare rapidamente i ritardi nell’implementazione di questi strumenti, rafforzando la programmazione sanitaria, le reti territoriali e l’accesso equo alle innovazioni. Serve una governance chiara e condivisa, capace di integrare ricerca, innovazione e pratica clinica – e continua – Serve un impegno concreto per garantire che le nuove tecnologie, come il sequenziamento del DNA e le applicazioni della radiomica, siano realmente disponibili per tutti i pazienti, in tempi certi e con adeguati livelli di qualità”. La Senatrice Murelli sottolinea infine il ruolo centrale della prevenzione: “Investire in diagnostica avanzata e profilazione genetica significa intervenire prima, meglio e in modo più mirato, con benefici evidenti sia per i pazienti sia per la sostenibilità del sistema sanitario”.
Diventa quindi importante capire le criticità e i ritardi del sistema Italia e allo stesso tempo individuare soluzioni per il loro rapido superamento: dal monitoraggio delle reti di genetica, genomica e diagnostica per immagini nazionali e regionali, alla necessità di disporre di dati e informazioni per sostenere efficienti interventi di programmazione sanitaria e calcolare il fabbisogno finanziario necessario per implementarli e garantirne la sostenibilità.
“La sfida oggi è costruire modelli organizzativi ed ecosistemici capaci di integrare concretamente la genomica nei percorsi clinici. Questo significa sviluppare reti in cui diagnostica avanzata, radiomica, dati clinici e intelligenza artificiale siano pienamente interoperabili, e in cui ricerca, industria e sistema sanitario collaborino in modo strutturato. Solo così la visione già delineata può tradursi in applicazioni reali e generare valore per i pazienti e per la sostenibilità del sistema. A MIND, come rete di imprese, stiamo dando il nostro contributo alla ricerca e all’innovazione affinché l’ecosistema possa essere un primo qualificato test bed per queste iniziative”.
Ha spiegato Fabrizio Grillo, Presidente Federated Innovation @MIND

Salute
MAX FROM GABIN | WALKING, MOVING, LOVING LIVING
Redazione- Dal 24 aprile 2026 sarà disponibile sulle piattaforme digitali di streaming “Walking, Moving, Loving Living”, il nuovo album di MAX FROM GABIN per Irma Records, dal quale è estratto il singolo in rotazione radiofonica “Loving Living”.
“Loving Living” è un brano le cui sonorità rievocano il sound raffinato dei Gabin (con un richiamo particolare all’uso del pianoforte), ma presentano un arrangiamento dal carattere più elettronico e moderno. Nell’inciso, Max esegue un trascinante riff vocale cantando le parole “Walking-Moving-Loving-Living”, il mantra che dà il titolo all’intero album.
“Walking, Moving, Loving Living” è un album che rappresenta un viaggio sonoro poliedrico in cui Max fonde la sua essenza di bassista con una produzione elettronica moderna e sofisticata. Il disco si apre con sonorità che omaggiano il sound dei Gabin, caratterizzate da un pianoforte evocativo che si intreccia a un arrangiamento contemporaneo, definendo fin da subito l’identità dell’opera attraverso il riff vocale della title track. In ogni traccia emerge prepotentemente il ruolo del basso, strumento che guida l’ascoltatore attraverso atmosfere che ricordano viaggi on the road californiani o raffinati club grazie a contaminazioni Funk, Acid Jazz e Soul. La struttura del disco alterna con fluidità momenti di pura energia New Disco a ballate pop in 6/8 dal forte impatto emotivo, senza disdegnare esperimenti ritmici audaci come l’uso della cassa dritta su tempi in 3/4 o suggestioni Electro Bossa. Max arricchisce il progetto collaborando con voci storiche come Mia Cooper e talenti emergenti come Marta o Angelo De Bonis, esplorando temi che spaziano dalla forza interiore e l’accettazione di sé fino alla spiritualità della reincarnazione e a intimi ricordi personali trascorsi nella natura. Nonostante le sfumature fusion anni ’80 e i richiami rétro, l’uso sapiente di tastiere elettroniche e batterie sintetiche attualizza costantemente il sound; inoltre, l’uso del basso elettrico in molti brani, che culmina nell’assolo di “Play that damn Bass Max!”, celebra la vera anima dell’artista.
Spiega l’artista a proposito del nuovo album: “Dopo il grande successo internazionale ottenuto con il progetto Gabin e le collaborazioni con artisti come Dee Dee Bridgewater, Edwyn Collins, China Moses, Chris Cornell, Flora Purim e Gary Go, e dopo aver visto le nostre canzoni diventare colonne sonore per film e serie come Monster In Law, Fantastic Four, Ugly Betty, Sex Drive, Notes From The Underbelly, The Fast and the Furious: Tokyo Drift, Modern Men e The Umbrella Academy, ho sentito il bisogno di riprendere un percorso interrotto troppo presto. Anche dopo lo scioglimento del gruppo, il catalogo Gabin ha continuato a vivere tra streaming e sincronizzazioni e, mentre ero in America a registrare nuova musica, l’ennesima richiesta per il film Black Bag (regia di Steven Soderbergh con Michael Fassbender e Cate Blanchett) mi ha fatto capire che era il momento di tornare. Così nasce Max from Gabin: per dare continuità a quella storia aprendo un nuovo capitolo. In questo album non mi sono posto limiti di genere: ho semplicemente creato la musica che avrei voluto ascoltare, con la stessa libertà e curiosità che hanno sempre guidato il mio lavoro.”
TRACK-LIST:
LOVING LIVING
INTO MIDNIGHT (feat. Phantoman)
AROUND (feat. Marta)
MAKE UP (feat. Mia Cooper)
I GUESS (feat. Phantoman & Mia Cooper)
AFRAID OF THE DARK (feat. Mia Cooper)
MY LOVE (feat. Diana Winter)
UNIVERSE’S LOVERS (feat. Marta)
RED AND BLUE DRAGONFLY (feat. Angelo De Bonis)
TAKE ME AWAY (feat. Angelo De Bonis)
BANGING JUST LIKE A DYNAMITE (feat. Armando Muro)
PLAY THAT DAMN BASS MAX!
BIOGRAFIA | MAX from GABIN
Nel nuovo progetto di MAX from GABIN, al secolo Max Bottini, rimane intatta la radice lounge e soul clubbing, tanto cara ai GABIN, ma con atmosfere decisamente più attuali e moderne.
Nel mondo di MAX c’è sempre stata la grande passione per il jazz, ma anche quel desiderio di sperimentare e contaminare; ed è così che nascono le collaborazioni con il Bluesman Roberto Ciotti, con Ginger Baker (Cream), con Billy Cobham e Enrico Rava, con Roberto Gatto. Con quest’ultimo collabora alla pubblicazione di due album, il primo dei quali con la partecipazione del chitarrista di Miles Davis John Scofield.
Una pausa in Olanda, in cui affronta anche delle produzioni pop e dance, rivela la sua grande capacità di produttore che metterà a frutto alle soglie del 2000 quando incontra il DJ Filippo Clary; è con lui che crea e produce i GABIN.
Pubblicato con la Virgin Music Italy, il primo album, che includeva la hit internazionale “Doo uap, doo uap”, è stato pubblicato in 35 paesi e alla fine del 2001 conquistò il mercato americano attraverso la leggendaria etichetta Astralwerks.
Dopo tre anni di immenso successo mondiale, nel 2004, i GABIN mettono a segno il loro secondo colpo con “Mr Freedom”, con la collaborazione di grandi artisti internazionali quali Dee Dee Bridgewater, Edwyn Collins e China Moses. Il successo di questo secondo disco contagia anche il cinema e la televisione, i singoli contenuti diventano colonne sonore per film e serie tv e nuove frontiere.
“Third and double” segna il confine nel 2010: il terzo album dei GABIN è infatti un doppio cd, uno ciascuno, una scelta produttiva che introduce l’esigenza per Max Bottini di lasciare la band e affrontare un nuovo percorso artistico.
Si trasferisce negli Stati Uniti dove decide di iniziare la sua carriera come compositore di musica per film e TV e avviare nello stesso tempo un nuovo progetto musicale: MAX from GABIN.
L’esigenza, espressa chiaramente anche nel nome, non è quella di gettare via, ma, al contrario, di conservare l’eredità musicale dei GABIN, alimentandola attraverso la sua insaziabile voglia di contaminazione, spingendosi oltre.
Nel 2017 pubblica “Keep on driving”, con la collaborazione di Mia Cooper, un album creato ad hoc per il mercato americano delle sincronizzazioni.
In questi anni MAX ha capitalizzato una grande esperienza come produttore, songwriter e compositore, mettendo a punto un’alchimia di suoni e stili di grande efficacia e originalità.
Tornato recentemente in Italia inizia a registrare un nuovo album di prossima pubblicazione e ricostruisce qui la sua Band per puntare sui concerti, ritrovando il contatto più diretto ed efficace con l’enorme pubblico che è rimasto legato a quel mondo. È in allestimento un nuovo Tour e sarà uno spettacolo che saprà evocare, in giusta misura, le atmosfere del suo passato storico ed esprimere, con energia, il nuovo ed affascinante mondo musicale di MAX from GABIN.
“Walking, Moving, Loving, Living” è il nuovo album di Max from Gabin per Irma Records disponibile sulle piattaforme digitali di streaming dal 24 aprile 2026 dal quale è estratto il singolo in rotazione radiofonica “Loving Living”.
Salute
BURUNDI – MISTERIOSA MALATTIA PREOCCUPA GLI ESPERTI, L’OMS E’ IN ALLERTA
Redazione- Una malattia di origine ancora ignota ha causato la morte di 5 persone e contagiato altre 35 in Burundi, un piccolo Stato dell’Africa orientale. Le autorità sanitarie locali in collaborazione con gli esperti dell’OMS sono al lavoro per determinare le cause della patologia, che si è diffusa nel distretto di Mpanda, nel nord del Paese, e di cui si ha notizia dal 31 marzo 2026.I sintomi della malattia misteriosa includono febbre, vomito, diarrea, sangue nelle urine, affaticamento e dolori addominali. Nei casi più gravi si verificano ittero (una colorazione giallastra della pelle e della parte bianca dell’occhio) e anemia, cioè un numero insufficiente di globuli rossi, che non riesce a soddisfare la richiesta di ossigeno di organi e tessuti.Anche se alcuni sintomi, come la febbre e la perdita di sangue, ricordano quelli di una febbre emorragica, i test eseguiti finora hanno escluso che si tratti di gravi malattie note, come Ebola, malattia da virus Marburg (due febbri emorragiche dai sintomi molto simili), febbre gialla, febbre della Rift Valley (trasmesse dalle zanzare) e febbre Congo-Crimea (trasmessa dalle zecche). Apparentemente, la malattia non presenta sintomi respiratori e quindi non sembra di tipo influenzale. I primi casi riportati hanno riguardato membri di una stessa famiglia o contatti stretti.Le cause ancora non si sanno per certo, ma si parla da i primi esami anche per reazione allergica a delle sostanze alimentari, forze per alterazione degli stessi. Si attendono esami piu’ specifici.
Salute
ADOLESCENTI, GENERAZIONE CONNESSA E IPERFRAGILE: LA SFIDA DEL DIALOGO. COME LA PSICOANALISI LEGGE IL RAPPORTO TRA GIOVANI E TECNOLOGIA. INTERVISTA AD ADELIA LUCATTINI, ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA ITALIANA
Redazione- Adolescenti, cuori isolati, sempre più coinvolti nell’iperconessione con conseguente iperfragilità e rischio sempre maggiore della scomparsa dell’alterità. Così la sfida diventa sempre più per molti genitori, comprenderne e leggerne “l’invisibile”.Importanti e recenti studi scientifici (Journal of Social Science, 2025); dimostrano come il rapporto tra adolescenti e tecnologia non è una semplice questione di “tempo trascorso davanti a uno schermo”, ma una complessa mutazione del modo in cui i giovani percepiscono se stessi e l’altro.
La psicoanalisi contemporanea legge questo fenomeno non come una dipendenza da ‘sostanze’, ma come una sfida identitaria.
Per gli adolescenti di oggi, definiti spesso come la “Generazione Connessa”, l’ambiente digitale
è una vera e propria dimensione esistenziale. In questa iper-presenza virtuale, la psicoanalisi rintraccia dunque, un paradosso che fa riflettere: la scomparsa dell’alterità. Ne parliamo oggi con Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association.
“Siamo sempre più di fronte al Sé senza l’Altro” – spiega in questa intervista, Adelia Lucattini, che evidenzia come il crescere significhi, fisiologicamente, scontrarsi con ciò che è diverso da noi”.
“È attraverso l’urto con l’altro, con i suoi rifiuti, i suoi sguardi imprevedibili e la sua indipendenza – spiega Lucattini – che l’adolescente definisce i propri confini. Oggi, questo “urto” è mediato, filtrato e spesso annullato dagli algoritmi. Il digitale tende a trasformare l’altro in un oggetto a propria disposizione: un profilo da scorrere, un messaggio da visualizzare senza rispondere, un’immagine da commentare. In questo spazio, l’altro perde la sua ‘consistenza’ reale. L’iperfragilità, l’isolamento di cui parliamo, non è necessariamente fisico – molti adolescenti sono circondati da centinaia di “amici” online – ma è un isolamento affettivo. Senza il confronto con l’alterità reale, l’adolescente rimane intrappolato in una bolla di identità iper-fragile”. Vediamo allora, insieme alla Dott.ssa Adelia Lucattini, quali preziosi consigli è importante seguire per orientare e guidare i ragazzi a scelte più consapevoli.
Dott.ssa Lucattini, se un adolescente risponde poco e a monosillabi, quali strategie o domande “aperte” possono riaprire un canale di dialogo autentico?
L’adolescenza è una fase cruciale di separazione e individuazione, in cui i giovani hanno bisogno di prendere distanza dai genitori per costruire la propria identità, senza però perdere il riferimento degli adulti. La giusta distanza educativa non è una misura fissa, ma un equilibrio dinamico tra presenza e autonomia: da un lato è fondamentale esserci, essere disponibili e rappresentare un punto di riferimento affettivo stabile, dall’altro è altrettanto importante non invadere ogni spazio, non controllare tutto e lasciare al ragazzo la possibilità di sperimentarsi. Si può pensare a questa posizione come a una “base sicura”: il genitore non segue ogni passo, ma è affidabile, riconoscibile e presente quando serve. Questo implica anche una capacità non sempre facile da sostenere, cioè tollerare di non sapere tutto, di non essere sempre al centro della vita del figlio e di essere talvolta messi da parte. È proprio questa tolleranza che consente all’adolescente di sviluppare una propria interiorità e un senso di sé più autentico, senza vivere l’autonomia come una rottura o un abbandono. Le domande devono essere delicate e non insistenti, affettuose e con tono pacato (Universiteit Leiden, 2018).
Qual è, a Suo avviso, la distanza educativa corretta da mantenere? Come restare presenti senza essere invadenti?
La “giusta distanza” educativa non può essere definita in modo rigido o una volta per tutte, ma rappresenta piuttosto un equilibrio dinamico tra due poli fondamentali: da un lato la presenza affettiva, cioè la capacità del genitore di esserci, di essere disponibile e riconoscibile, dall’altro il rispetto dell’autonomia, che implica il non controllare ogni aspetto della vita del ragazzo e il non invadere i suoi spazi. In questa prospettiva, la relazione può essere pensata come uno spazio transizionale, in cui l’adolescente può muoversi tra dipendenza e indipendenza, sperimentando se stesso senza sentirsi né abbandonato né controllato. Il genitore non segue ogni passo, ma resta un riferimento affidabile che rende possibile questa oscillazione. Dal punto di vista psicoanalitico, ciò richiede una competenza emotiva complessa, cioè la capacità di tollerare di non sapere tutto, di non essere sempre al centro della vita del figlio e di essere talvolta messo da parte senza viverlo come un fallimento. È proprio questa tolleranza che consente all’adolescente di sviluppare una propria interiorità e un senso di sé più autentico, mantenendo al tempo stesso il legame senza percepirlo come intrusivo o, al contrario, assente (International Journal about Parents in Education, 2024).
Dott.ssa Lucattini, riguardo all’abuso della tecnologia digitale, molti genitori reagiscono a questo nuovo disagio con il sequestro del cellulare o restrizioni. Perché questo approccio spesso fallisce, quali misure preventive per il loro benessere psicologico potrebbero essere invece, efficaci?
Il sequestro dello smartphone o l’imposizione di restrizioni eccessivamente rigide spesso si rivelano inefficaci perché intervengono solo sul comportamento, senza coglierne il significato profondo per i figli. Lo smartphone, infatti, non è soltanto uno strumento, ma rappresenta uno spazio relazionale e identitario, talvolta anche un rifugio emotivo; per questo motivo, una sua sottrazione brusca può essere vissuta come una rottura del legame o come una punizione difficile da comprendere. Interventi di questo tipo rischiano di alimentare opposizione e conflitto, generare vissuti di incomprensione e favorire un uso ancora nascosto, clandestino o compulsivo. Risultano invece più efficaci, approcci sia educativi, che preventivi fondati sul dialogo e sulla condivisione ovvero sulla costruzione di regole insieme. Importante anche avere un interesse autentico per ciò che un figlio adolescente vede o fa online, perché il limite può essere interiorizzato solo quando è pensato, spiegato e inserito all’interno di una relazione affettiva significativa, e non quando viene imposto dall’esterno senza nessuna spiegazione, con arroganza o violenza (Journal of Happiness Studies, 2025).
Qual è, secondo Lei, il confine tra l’uso fisiologico dei device e un disagio profondo che trova sfogo nelle dipendenze tecnologiche?
È una questione non solo di tempo trascorso davanti allo schermo, ma anche della qualità dell’esperienza che l’adolescente vive, se lo usa per studiare e informarsi o solo a scopo ludico. L’uso diventa problematico quando non rappresenta più uno strumento tra gli altri, ma assume una funzione centrale nella regolazione emotiva. Possiamo parlare di un possibile disagio quando lo smartphone diventa l’unico modo per stare bene o per evitare emozioni difficili, come la noia, la tristezza o l’ansia, oppure quando tende progressivamente a sostituire le relazioni reali, impoverendo il contatto diretto con gli altri. Segnali importanti sono anche l’irritabilità, l’ansia o un senso di vuoto quando l’uso viene interrotto, così come le interferenze significative con il sonno, la scuola e la vita quotidiana. In questi casi, dal punto di vista psicoanalitico, lo smartphone può assumere la funzione di un vero e proprio oggetto esterno interiorizzato come “regolatore” delle emozioni, utilizzato non tanto per comunicare o condividere, ma per non sentire, per anestetizzare emozioni difficili o non sostenibili, come nel dolore e nella depressione, oppure per colmare un senso di vuoto e di solitudine. Il rischio è che venga meno la possibilità di sviluppare strumenti interiori di elaborazione emotiva, perché l’autoregolazione viene delegata a un oggetto tecnologico investito affettivamente, rendendo più fragile la capacità dell’adolescente di stare in contatto con sé stesso, con gli altri ragazzi e con i genitori in modo autentico (Universität Innsbruck, 2025).
Non si tratta solo di quante ore gli adolescenti passano online, ma di comprendere anche cosa fanno. Come si costruisce un “patto digitale” in famiglia?
Un “patto digitale” non è semplicemente un insieme di regole imposte dall’alto, ma rappresenta un vero e proprio accordo condiviso, costruito all’interno della relazione familiare. Significa passare da una logica di controllo a una logica di responsabilizzazione, in cui l’adolescente viene coinvolto attivamente nella definizione dei limiti e ne comprende il senso. In concreto, implica stabilire insieme tempi e spazi di utilizzo, ad esempio evitando l’uso dello smartphone durante i pasti o nelle ore notturne, ma soprattutto significa creare occasioni di dialogo aperto sui rischi e sulle opportunità del mondo digitale, senza allarmismi ma con realismo e ascolto reciproco. Un elemento fondamentale è la coerenza degli adulti: i genitori sono modelli, e il loro modo di utilizzare la tecnologia comunica molto più delle regole esplicite, per cui è importante che anche loro rispettino alcuni limiti, mostrando che il digitale può essere gestito in modo equilibrato. Il patto digitale si applica nella quotidianità attraverso una negoziazione continua, che tiene conto dell’età, del grado di maturità e dei bisogni del ragazzo, e che può essere rivista nel tempo, adattandosi ai cambiamenti. Centrale è il mantenimento di uno spazio di fiducia, in cui il controllo non sostituisce la relazione ma, semmai, la sostiene: strumenti come il parental control possono avere una funzione protettiva, soprattutto nelle fasi più precoci, ma non possono diventare l’unico strumento educativo, perché rischiano di trasformarsi in forme di sorveglianza che minano la fiducia e incentivano comportamenti nascosti. In questa prospettiva, il patto digitale diventa anche un’occasione educativa più ampia, che aiuta l’adolescente a sviluppare senso critico, capacità di autoregolazione e responsabilità, accompagnandolo gradualmente verso un uso più consapevole e autonomo della tecnologia (Cyberpsychology, 2026).
Quali consigli si sente di dare ai genitori?
-Stabilire regole chiare: i limiti sull’uso dei dispositivi elettronici (tempi, luoghi, modalità) devono essere condivisi e spiegati, non imposti, perché solo ciò che viene compreso può essere interiorizzato e rispettato nel tempo;
-Definire confini concreti nella quotidianità: è utile creare routine stabili, come l’assenza di smartphone durante i pasti, prima di dormire o in alcuni momenti familiari, per preservare spazi di relazione reale e di decompressione mentale;
-Accompagnare, non solo controllare: interessarsi a ciò che i figli fanno online, chiedere, conoscere le piattaforme, parlare dei contenuti, è molto più efficace del semplice monitoraggio, perché trasforma il digitale in uno spazio condivisibile e pensabile;
-Educare alla regolazione emotiva: aiutare l’adolescente a riconoscere quando usa lo smartphone per noia, ansia o solitudine, favorendo alternative e sviluppando consapevolezza, così che il digitale non diventi l’unico strumento per gestire le emozioni;
-Dare l’esempio: il comportamento digitale dei genitori è determinante; un uso equilibrato e rispettoso dei tempi relazionali trasmette modelli molto più efficaci di qualsiasi regola dichiarata;
-Costruire fiducia prima del controllo: strumenti come il parental control, appunto, possono essere utili in alcune fasi, ma devono essere inseriti in un contesto di trasparenza e spiegazione, altrimenti rischiano di minare la fiducia e incentivare comportamenti nascosti;
– Adattare le regole nel tempo: l’educazione digitale non è statica; deve evolvere con l’età, la maturità e le competenze del ragazzo, passando progressivamente da una regolazione esterna a una sempre maggiore autonomia e responsabilità.
Marialuisa Roscino, Giornalista scientifica, specializzata su temi di Salute e in particolare in Educazione all’Alimentazione e nei disturbi del Comportamento Alimentare. Tra le sue precedenti e molteplici esperienze professionali di giornalista nel campo medico-scientifico, oltre alla cura di importanti Congressi scientifici per la sezione Media & Stampa, significative: l’attività di ufficio stampa e comunicazione presso l’Ufficio Stampa e il Servizio Comunicazione e Relazioni Esterne presso l’Ospedale Pediatico Bambino Gesù di Roma e presso la Croce Rossa Italiana come Coordinatore Nazionale per le Attività di visibilità e di Comunicazione

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